Riflessioni con Biancamaria Gervasio sul ruolo dello Stilista e della Moda oggi.

Dal sarto, all’artista, dall’artista allo stilista dall’alto background formativo e professionale, per finire al socialite: la moda e il ruolo dello stilista (così anche la sua importanza) sono cambiati col passare del tempo e in base ai mutamenti della società.

Ed è innegabile come oggi la figura dello stilista venga associata o confusa a quella dello stylist, al blogger, all’influencer, al pr o rappresenti un mix di tutto questo. Chiamala irrequietezza, percepisci tutta la leggerezza e la profondità del mondo messa insieme…

Alle volte io stessa (AC, qui di seguito) mi rendo, nel mio piccolo, responsabile di questa confusione: sono una stilista, nata e formata, ma con la necessità di raccontare, spiegare e analizzare anche con altri linguaggi la società e il mondo della moda (e della sposa). E’ insito nel suo significato e caratterizzazione stessa della personalità.

Ma facciamo un passo indietro. Abbiamo avuto e lo abbiamo ancora, un periodo molto lungo in cui si è caduti in una sorta di limbo, uno stato di confusione e di immobilità. Chi ha la naturale propensione a leggere il presente ed immaginare un futuro avvertiva ed avverte già che le cose devono cambiare e le cambia, perché è già troppo tardi e dipende dai mezzi di cui dispone. E’ chiaro che quelle persone che percepiscono i segnali e propongono delle soluzioni a riguardo sono pochi, isolati e ritenuti privi del senso del reale. Se ci riescono, questo tentativo è timido o viene poco incoraggiata dagli altri, confusi forse più di prima.

Carissimi, non vi voglio confondere, ma voglio fare chiarezza, come sempre. Il post è lungo e i sotto temi tanti, ma interessanti. Quelle “cose inutili” che fa il designer e non il saltimbanco, un giorno saranno essenziali e voi non avrete colto l’opportunità di sedere tra i primi e nemmeno tra i secondi. Ammazzerete i vostri best sellers giocando al “gira la moda” (questo scollo lo metto qui invece di la) copierete il rassicurante, che oggi come oggi non vale niente. Aggressiva? Ma no, cerco solo di spronare finché ci metto ancora passione e fiducia in quel potenziale. Perciò, di opinioni, sperimentazioni, progetti, per aziende o personali bellissimi li ho pensati e realizzati, ma obiettivi ne ho ancora davvero tanti, è il sotto testo di questo sito e dei suoi canali.

Ho chiesto ad alcuni colleghi se hanno delle opinioni e delle soluzioni a riguardo, creando qui una piccola community intorno ai valori comuni del bello e del buon saper fare, un approfondimento dei temi cari a questo sito e a FashionPuglia. Abbiamo letto qui le storie dei giovani talenti emergenti, ora passo ai big e parto con te, Biancamaria Gervasio, piacevolmente rivista in occasione della scorsa kermesse FashionPuglia 2017.

Biancamaria, hai una o due opinioni da condividere per poter fare insieme il punto della situazione? Preparati (e preparatevi!) una tazza di caffè o un analgesico, a seconda dei casi!

STILISTI E CREATIVITÀ

BMG: La parola che semplifica l’insieme di questi ruoli è “Creativo”. Il creativo è la persona che, oltre a creare, è capace di realizzare, di raccontare, trasmettere, comunicare e vendere in modo “creativo” un abito, una storia, attraverso il tessuto, il taglio di un capo, uno scatto fotografico, un’idea, una visione. Sembrerebbe che i ruoli oggi siano confusi, io penso che siano semplicemente tornati alle origini. Siamo tornati agli anni ’40, ’50, ’60 quando, prima dell’avvento del prét à porter, esisteva la sartoria, il su misura, lo stilista/artista/couturier che però era anche la stessa persona che frequentava i salotti, la clientela in amicizia e che sapeva raccontare e vendere il suo prodotto. Penso a Chanel o a Valentino Garavani: per esempio, lui è stato l’emblema di tutto questo, un artista dallo stile inconfondibile, ma anche un influencer e socialite già prima di diventare brand, quando ha vestito le più belle donne al mondo con una filosofia, uno stile ed un’immagine sua, un vero e proprio timbro.

Oggi il ruolo dello stilista è portare creatività, novità, idee e deve avere la capacità di trasmetterle e comunicarle agli altri con la forza del segno e della personalità unica e irripetibile, solo così non ci possono essere mai e poi mai copie e falsi, in quanto nel momento in cui ci saranno, lo stilista sarà già avanti tremila anni luce perché avrà una nuova visione che racchiuderà nel suo stile inconfondibile.

AC: Qualche altro sostiene che i giovani stilisti debbano cimentarsi con il lavoro manuale e che debbano essere interessati anche ad imparare a ricamare, cucire ecc. Quale, secondo te, è oggi il tuo compito e quello di tutti gli stilisti oggi? Quale formazione e quale ruolo è più giusto per i tempi che stiamo vivendo?

BMG: Ritengo che il compito dello stilista oggi sia quello di creare, illustrare… ma di saper anche mettere le mani su un capo per poterlo realizzare, la differenza nell’immagine si ottiene solo ed esclusivamente così, nel momento in cui lo stilista tocca il tessuto e lo prepara sul manichino trasmette a quel capo un’energia, una passione unica che chi vedrà il capo finito sentirà e percepirà. Parlo di un discorso emozionale che non si avrà mai in capo fatto in confezione e, o, scopiazzato da qualcun altro. Parlo di unicità e genialità che la cliente finale sentirà quando vedrà, acquisterà ed indosserà quel capo. Oggi lo stilista deve avere un ruolo totale per poter dare il giusto gusto ed imprinting all’abito. La formazione deve essere sartoriale, di design e di management, per poter affrontare qualsiasi tipo di mercato e approccio alla moda di oggi.

STILISTI E DIRIGENTI

AC: Sono caduti molti illustri direttori creativi (Riccardo Tisci, Albert Elbaz, Frida Giannini, Hedi Slimane, Massimiliano Giornetti, Alessandra Facchinetti, Stefano Pilati, Francisco Costa, Peter Dundas ecc) la maggior parte di loro, secondo i dirigenti e la stampa, non riuscivano a seguire il passo con le nuove tempistiche di produzione e diffusione dei prodotti. O forse dobbiamo parlare di cambi di rotta etica, di nuove scelte e filosofie aziendali? Lo stesso Diego della Valle ha affermato: “Lo stilista classico non serve più. Ci vuole una novità al mese”.

BMG: Le idee hanno bisogno di riflessione e di ricerca; la riflessione vuol dire tempo e la ricerca per lo sviluppo di nuove idee, tessuti e linee, vuol dire soldi da spendere. La maggior parte dei direttori creativi nominati sono dei geni/artisti, questo ci fa capire come inseriti in un contesto produttivo continuo ed esagerato non abbiano retto. La verità è che ciò che dice Della Valle è lo specchio del mercato impazzito e soprattutto della filosofia dei dirigenti che non hanno più visto entrare i fatturati di un tempo e si sono spaventati. Hanno pensato che cambiando istericamente ogni mese/stagione lo stilista potessero ottenere migliori risultati. In un mercato in cui non c’è più un riferimento di target e di consumatore finale, le aziende hanno puntato al prodotto, eliminando gli stilisti/artisti e riempiendo le aziende di figure come l’uomo prodotto ed i commerciali…nella speranza che, scopiazzando quello che c’è già sul mercato o riproponendo vecchie cose già sul mercato, rientrassero fatturati nelle casse aziendali. Questo ha portato un appiattimento totale del mercato, ma alla rinascita di piccole realtà come stilisti e le piccole sartorie che creano progetti speciali ed unici.

Oggi credo che in questo contesto storico e sociale, la Creatività con la C maiuscola stia realmente rifiorendo, non ha la spinta finanziaria dei grossi brands, ma si stanno muovendo tantissime cose. Nell’aria c’è fermento creativo e ci sarà il momento in cui qualche progetto di questi esploderà perché qualche imprenditore illuminato/mecenate lo capirà ed avrà il coraggio di buttarsi indietro i conticini di fine mese e di investire nel nuovo.

AC: Sono d’accordo con te, il potenziale c’è ed è davvero tanto. Bisogna seguire e scegliere le persone giuste e chi le sceglie deve essere competente, non c’è altra via d’uscita, secondo me. Potresti parlare, in modo autentico, della tua esperienza e di quello che pensi su questi continui cambi di poltrona tra dirigenti e stilisti?

BMG: Io sono stata direttore creativo di due aziende storiche, una di abbigliamento e total looks ed una di accessori. Sono anche io figlia di questo momento storico ed ho vissuto la passerella esaltante. Oggi ci si reinventa, se si ha la voglia e la sana ambizione di crescere, si fa tutto ciò che è necessario costruendo con le proprie idee e con le proprie mani novità, lavorando e creando un team, collaborando e crescendo insieme. Sono convinta che questo sia il futuro e chi rimarrà legato al ruolo di una volta e si porrà dei limiti non andrà da nessuna parte. Sono felice di vivere in un momento storico così complicato, ma sono certa che il talento applicato sarà la soluzione alle difficoltà.

PRODUZIONE, FORMAZIONE E MADE IN ITALY

AC: Oltre al talento creativo c’è anche la forza lavoro. Il presidente del gruppo giovani Sistema Moda Italia, Alessandra Guffanti, assicura più connessione tra i brand internazionali ai confezionisti italiani: ”Il nostro Made in Italy dovrà essere sempre di più caratterizzato da un’attenzione costante alla sostenibilità, all’innovazione e alla formazione delle nostre maestranze, uno degli asset più importanti delle nostre imprese”.

BMG: Ben venga un sempre più stretto collegamento tra i brand internazionali e i confezionisti o service italiani; è fondamentale per poter far crescere il Made in Italy, dare continuità lavorativa alla filiera che in Italia è davvero tra le più complete e soprattutto tra le più di ricerca ed intellettualmente avanzate del mondo.

AC: Alessandra Guffanti continua: ”Dobbiamo sempre essere in grado quindi di valorizzare le nostre qualità e poi fare formazione: i nostri distretti tessili sono a macchia di leopardo, su territori separati tra loro, c’è disinnamoramento dei giovani per queste professioni e alla lunga potrebbero mancare risorse”.

BMG: È anche vero che esiste però un buco di 15 anni circa, quindi di una generazione, che non ha imparato a “fare” la moda: diventa sempre più urgente e fondamentale per far tornare grande il Made in Italy e dare competenze e posti di lavoro nel nostro Paese. Penso che se si riuscisse a far comprendere ai giovani che la moda non è solo il nome altisonante del brand, se si riuscisse a far comprendere ai giovani che quei stessi brand che loro amano indossare cercano proprio nuove leve per riempire le loro aziende di gente che ha voglia di imparare a “fare” i vestiti, sono certa che le scuole di formazione, ancora poche per il momento, si riempirebbero in un attimo. È come se esistesse un distacco enorme tra ciò che è l’immagine del brand e come si costruisce un brand. Il brand è fatto di persone talentuose che sono capaci di pensare e realizzare i capi le scarpe ecc ecc. dobbiamo creare un circuito per cui i giovani capiscano che se imparano a fare il lavoro artigianale, manuale diventano parte di un grande brand e del Made in Italy stesso.

AC: Si, io credo debba essere insegnata nelle scuole la storia e il valore che ha un pizzo macramè italiano o un’eccellenza agroalimentare italiana allo stesso modo di come è nata la città di Roma, per esempio. Vivendo questo settore dall’interno, posso ritenermi contenta del rientro in Italia della produzione di alcune aziende e la crescente richiesta di manodopera italiana (soprattutto meridionale) da parte delle aziende estere o del Centro-Nord. Ho purtroppo assistito a riunioni di imprenditori, demoralizzati, ipertassati e confusi, su dove far confezionare gli abiti e ho pregato loro letteralmente che questo non venisse molto molto lontano da noi. Il Made in Italy deve essere ancor più riconosciuto e valorizzato un po’ da tutti, innanzitutto però dai politici, imprenditori e consumatori italiani.

BMG: Ne sono felice anche io finalmente, dopo un periodo di “realizziamo tutto all’estero” c’è un ritorno alla manodopera italiana e meridionale. Personalmente non credo molto nella politica, che riconosce il Made in Italy solo a parole ma, nei fatti ci sono sempre più tasse che le imprese italiane sono costrette a pagare e che spesso distruggono le piccole e medie imprese. Detto questo, senza polemica, penso che l’Italia ed il meridione in particolare, sono sempre stati famosi per le proprie capacità nel trovare soluzioni, avere delle visioni, quindi più che le istituzioni pubbliche stimolerei gli imprenditori privati ed i consumatori italiani a rendersi partecipi di questo rinascimento italiano, per un rilancio del Made in Italy.

HERITAGE, NUOVE VISIONI O PERSONALIZZAZIONI?

AC: Sei stata Direttore Creativo di brand storici come Mila Schön e Fragiacomo che prima hai accennato. In Italia lo stilista viene messo in continua discussione, così anche lo stile. Oggi assistiamo al dibattito tra seguire l’heritage del marchio o puntare tutto sulla nostra visione, forse entrambe le direzioni non portano un gran bene all’azienda e la via di mezzo potrebbe apparire debole? Quale soluzione puoi suggerire e quale è stato il tuo modo di procedere? Quale azienda senti più vicina al tuo stile e ai tuoi valori? Quale marchio di moda credi abbia un ottimo potenziale per arrivare ad un successo internazionale? Io credo che un CEO e uno stilista debbano influenzarsi e, pur se diversi, sedere ad un tavolo comune e paritario per discutere e poi raggiungere gli stessi obiettivi. Penso ad Alessandro Michele: a prescindere dal gusto, che piaccia o meno, il suo è uno stile che sa molto di storia personale e, nonostante ciò, supportato maestosamente dal brand Gucci attraverso sfilate e campagne pubblicitarie contestualizzanti, processi organizzativi, marketing in piena sintonia con la sua visione, dove per heritage aziendale sa di amore per il vintage, ma in chiave lussuosa ed elettrizzata. Anche la nuova era di Valentino, dopo il maestro Garavani, è stata ridisegnata in maniera del tutto personale, insomma, attualizzata pur avendo gli stessi codici di bellezza.

BMG: L’esperienza come direttore creativo mi ha insegnato che per rinnovare un marchio bisogna rinnovare se stessi e crescere con il marchio stesso. Trovo sia più giusto mantenere le radici di un marchio perché altrimenti si chiamerebbe in modo diverso. È importante mantenere le caratteristiche del brand e rivedere le linee, i colori e le forme, perché il marchio storico va proiettato nel nuovo momento storico. Da ogni marchio per il quale ho lavorato ho imparato qualcosa e sono certa che ne avrò ancora da apprendere perché la moda è ricerca ed innovazione, quindi ciò che fatto è già vecchio c’è da apprendere subito il Nuovo. I Brand che sento più vicini sono diversi amo particolarmente per stile, anche se molto diversi tra loro: Celine, Valentino, Giambattista Valli, Il nuovo Dior, Ashi e Prada. Invece come nuovi emergenti dall’ottimo potenziale ci sono diversi bravissimi stilisti che oltre al gusto hanno anche le capacità imprenditoriali perché sostenuti nel modo giusto da privati che credono in loro: per arrivare ad avere successo internazionale è fondamentale avere sostegno dal punto di vista finanziario e commerciale/distributivo.

AC: Ha affermato Maria Grazia Chiuri, Direttore Creativo di Dior: “l’interlocutore, non è più ristretto all’interno di ambienti elitari, ma forma l’intera grammatica di una comunità enorme che, a sua volta, riprende i codici che riceve dalla moda che le viene proposta e li rielabora facendoli propri”. Molte aziende internazionali oggi sono influenzate dal gusto, dagli stili di vita e dalle modalità di acquisto dei millennials, vedi la massiccia strategia di comunicazione creata da Dolce & Gabbana, sempre più conquistati da un particolare evento o dalle strategie online, che sia couture o fast fashion. Quale è oggi, secondo te e per ogni stilista contemporaneo, il nostro interlocutore e il cliente finale? Come sarà il tuo stile e i tuoi clienti, da oggi in poi?

BMG: La mia analisi del mercato è perfettamente in linea con quella fatta da Maria Grazia Chiuri e da Dolce&Gabbana, aggiungerei Gucci che è attentissimo a questo tipo di fenomeni odierni. Secondo me l’interlocutore e cliente finale oggi è da ricercare, in base al gusto ed allo stile del brand, nell’immediatezza dell’online dopo aver fatto un’analisi del target bisogna attaccare con eventi e proposte ad hoc per questo tipo di cliente. Per quanto mi riguarda credo nel su misura, nel sartoriale e nella personalizzazione da proporre comunque sui social. Questo per me è il futuro, ti presento un prodotto in linea con il mio stile ed il mercato e lo rendiamo unico e solo per te, nessun altro potrà avere un capo come il tuo. Questo è quello che faccio e il mio modo di vedere è realizzabile solo con la sartoria e l’artigianato.

SU MISURA ED ABITI DA SPOSA

AC: Ricordo infatti i tuoi bellissimi abiti pensati per Arisa e per Noemi a Sanremo, sono anche qui sul mio sito. Per questo motivo ti trovi a parlarne qui, su Stilista personale, nato per promuovere non solo i miei progetti, ma l’idea del su misura e l’importanza della personalità e della personalizzazione di tutti i suoi operatori. Ci accomuna anche la progettazione degli abiti da sposa. La sposa è cambiata? Rabbrividisci anche tu al termine (in voga sul web) ‘sposine’, visto anche l’aumento dell’età in cui le donne si sposano e l’emancipazione dello stesso concetto? Come sarà la tua sposa, da oggi in poi?

BMG: La sposa è cambiata, si è evoluta; di anno in anno le collezioni cambiano e sono, in modo alternato o più sexy o più bon ton. Le collezioni cambiano anche in base alle età delle spose: più giovani, linee più fresche e romantiche o sexy perché non c’è paura di mostrare. Oggi le spose sono più adulte si, c’è stato una emancipazione rispetto al concetto di matrimonio anche se, da quel che vedo in sartoria, oggi c’è un ritorno alla sposa giovane, ma chissà quanto durerà… La mentalità è molto cambiata: oggi decidono gli sposi non più le famiglie, come invece si faceva un tempo. La sposa disegnata da Bianca Gervasio sarà sempre più personalizzata, su misura e dalle linee pulite con un tocco di romanticismo. Mi rendo conto di come la mia formazione pret à couture si rifletta nei disegni di abiti da sposa e, quindi, mi porta a fare dei capi che non sono mai davvero sposa ma sono un mix di influenze couture e linee pret à porter.

AC: Tra le mille, migliaia di soluzioni (!) che vengono a me e comunque ad una stilista, soprattutto se la cliente sei proprio te stessa, a grandi linee, come sarà il tuo abito speciale, il tuo abito da sposa?

BMG:Posso capirti benissimo, sarà in divenire, ho sempre pensato alle mie clienti ed a rendere felici loro. Per me, lo disegnerò certamente io, ma ad oggi vedo ancora una nuvoletta che prenderà forma in sartoria con il mio team di prèmiere e sarte perché senza di loro i sogni non diventerebbero realtà.

GIOVANI TALENTI EMERGENTI

AC: Abbiamo tutti apprezzato la creatività, l’energia, la manualità di Dimitar Dradi. Eri sul palco quando è stato annunciato come vincitore della V edizione di FashionPuglia, che ti scelta come giurata: Dimitar era l’esempio giusto, il modello a cui far riferimento per innalzare la qualità dell’operato dei suoi coetanei, per spronare e svecchiare il mondo della moda e dell’alta moda italiana. Puoi aggiungere qualcosa in più sulle votazioni? Era tutto ciò che ti aspettavi di vedere in passerella?

BMG: È un ragazzo pieno di vita e di Creatività Unica, gli auguro tanto successo perché se lo merita. Dimitar Dradi può essere sicuramente un buon esempio di instancabile voglia di creare, per gli altri giovani emergenti è ciò che dovremmo vedere sempre più in queste manifestazioni. Spesso il talento rimane sopito per pigrizia o senso di vittimismo, così non esplode; invece mi sembra giusto lavorare su se stessi: il talento va coltivato giorno per giorno. Già durante le preselezioni gli avevo dato il massimo dei voti, mi aveva trasmesso delle emozioni già attraverso la presentazione poi, vedere i capi dal vivo così elaborati in passerella, mi ha stupita ulteriormente.

MADE IN PUGLIA

AC: È successo tutto qui in Puglia, dove si tramanda l’arte della lentezza. Io la chiamo così ed è un’affermazione però super positiva perché qui abbiamo un potenziale che si avvicina alla couture che tutti noi sogniamo. Queste invece sono parole di Kean Etro: “A uomini e donne pugliesi, maestri della sartoria, chiediamo una nuova collezione che affondi le radici nella storia della migliore sartoria, un vero esercizio di stile e di creatività nel nome di un impeccabile Made in Puglia”. Lo stilista ha molti laboratori pugliesi ed è uno tra tanti che ha comprato e fatto restaurare trulli e palazzi d’epoca, perché la Puglia è un patrimonio culturale, artistico e turistico riconosciuto e amato da tutto il mondo.

BMG: Sarebbe molto molto bello avere un “Made in Puglia” qui nascono e vengono creati tanti prodotti artigianali e sartoriali di altissimo livello con l’arte della lentezza appunto, che è tipica di chi deve realizzare qualcosa di pensato, di bello, di curato nei minimi dettagli. Io credo nella mia Puglia e so che c’è un’enorme potenziale, io per prima appena ho l’opportunità torno qui a far fare dei pezzi speciali e bellissimi.

AC: Ho letto che tra i settori più importanti in Puglia c’è proprio il tessile e l’abbigliamento con quasi 5.500 imprese e più di 48.000 impiegati. Il livello qualitativo della produzione è decisamente medio-alto, con aziende maggiormente strutturate che si sono via via affermate a livello nazionale e internazionale. Una produzione fortemente radicata nel territorio, nata di generazione in generazione, quindi locale e non straniera, gestita a livello familiare e organizzata prevalentemente nelle aeree: Nord Barese (abbigliamento intimo, casual e calzature tecniche), Valle d’Itria (abbigliamento uomo, sposa e bambino), Nardò-Gallipoli (abbigliamento donna, maglieria e calzature classiche). A questi, sia aggiungono innumerevoli fasonisti, sartorie, minuscoli laboratori quasi invisibili sparsi in tutta la Puglia, dal Tavoliere, alle Murge e fino a Lecce.

Tu che vivi a Milano, ma fai da spola spesso in Puglia dove sei nata, riesci a spiegare come si stanno comportando le piccole attività e se c’è differenza tra Nord e Sud? Purtroppo devo generalizzare, anzi scrivetemi se non è così. Il problema soprattutto al Sud forse è inverso, ovvero, non sono ancora pronti al cambiamento o lo stanno affrontando nella maniera sbagliata. Queste realtà di imprenditoria locale come considerano gli stilisti, secondo la tua esperienza? Vogliamo dire chi è lo stilista generalmente in queste realtà storiche, a conduzione familiare, che caratterizzano il Sud e l’Italia stessa? La collezione di un imprenditore del Sud è davvero pensata? Gli è chiaro quale sia lo stile, i processi, le misure da adottare per rimanere sul mercato? Ma anche, viene aiutato dalle istituzioni? Scrivi se ti senti di consigliare loro qualcosa e se, e come, potresti fare per il nostro territorio, cosa potremmo fare per la Puglia!

BMG: La Puglia ha delle risorse uniche e importantissime per la moda, non credo che le aziende o le sartorie di moda pugliesi non siano pronte per il salto, per diventare grandi, anzi, le seconde o terze generazioni hanno la gran voglia di spiccare il volo. Spesso però, il problema è che non hanno la possibilità di esprimersi perché hanno dei genitori proprietari di azienda fermi sulle loro idee e non sono abituati ad avere il processo completo della filiera perché hanno sempre lavorato da terzisti.

Spesso capita anche che in alcuni laboratori non venga compresa la figura dello stilista, anzi spesso non è considerata affatto. Questo crea confusione dei ruoli e il proprietario del laboratorio decide di fare lo stilista, uomo prodotto e anche stylist. Questa situazione oltre a creare confusione genera un prodotto che non ha un’identità perché inevitabilmente ci sono troppe teste che mettono becco sullo stesso capo o sulla stessa collezione. Oggi abbiamo dei ruoli ben precisi e formati, quindi è giusto innanzitutto, mantenere l’esperienza del saper fare dei proprietari delle aziende, ma dare anche spazio ai giovani ed alle nuove generazioni che probabilmente hanno una marcia in più, hanno la sana incoscienza di provare strade nuove e, soprattutto, hanno una formazione legata ai nuovi processi ed hai nuovi metodi di lavoro.

Il mio consiglio è certamente quello di aprirsi al nuovo e lasciandosi guidare da consulenti per non rischiare di fare passi indietro e di perdere tutto ciò che hanno costruito negli anni. La Puglia può e deve fare questo step perché è pronta.

AC: Quanto è vero quello che hai detto!!! Il consulente esterno può essere la giusta soluzione perché è esperto, ma vede l’azienda da una prospettiva diversa, riconosce le potenzialità dell’azienda confrontandola con le altre e le sa valorizzare al massimo, va a risanare con soluzioni personalizzate dove ci sono le lacune.

Riallacciandoci al discorso di prima e concludendo, sei d’accordo con me che le scuole di moda in Italia debbano avere l’obbligo di approfondire e promuovere ancor meglio la storia artistica e stilistica italiana (e locale) per infondere un senso comune di appartenenza e di unione? Perché forse il nostro problema sta proprio nel coltivare solo il nostro orticello e criticare cosa fa l’altro, boicottarlo invece di costruire qualcosa insieme, dovrebbe essere naturale per chi è nato nella stesso ambito culturale, pur con specializzazione e talenti diversi. Non dovremmo diventare più orgogliosi del FATTO IN ITALIA, ma anche del DISEGNATO IN ITALIA e si debba operare indipendenti e contemporaneamente insieme per un Design & Made in Puglia che non sia solo terra di conquista?

BMG: Il concetto di appartenenza nell’attuale contesto storico e sociale è piuttosto importante, io personalmente credo nel Made in Italy e credo nel Made in Puglia. Sarebbe bello poter studiare già a scuola la storia artistica e stilistica italiana per prendere sempre più coscienza delle nostre capacità, di come si sono formati i grandi brand italiani e dei percorsi che hanno dovuto fare attraversando tante difficoltà nei vari anni. Oggi il senso di appartenenza fa la differenza perché i brand stranieri, ma anche i brand italiani, cercano proprio l’unicità del fatto a mano in Italia, ma spesso anche regionale perché solo così riusciamo a dire la nostra ed a sottolineare la differenza con il resto del mondo. Il Design italiano è già famoso nel mondo, ma se avessimo più orgoglio del nostro “fatto in Italia” e ci credessimo di più sono certa che faremmo faville.

AC: Grazie mille per la pazienza, assidui lettori di Stilista personale! E grazie soprattutto a Biancamaria per la disponibilità e per aver condiviso la passione per questo lavoro con me!


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