Itinerario turistico sartoriale con Angelo Inglese in Puglia, tra fashion, millennials e social media

Ho conosciuto di persona Angelo Inglese grazie all’evento FashionPuglia ad Ostuni (guarda qui i miei precedenti post a riguardo) per poi sentirci successivamente al telefono, per discutere dei giovani talenti e di come sta cambiando la moda, continuando così la mia ricerca iniziata dialogando con la designer Bianca Maria Gervasio e che vi invito a leggere per non perdere il filo del discorso.

Il mondo della moda (e non solo quello) è in un caotico fermento e sta a noi stilisti, creativi, imprenditori, giornalisti e commerciali dalle lunghe visioni, captare presto i segnali e la luce (!) per essere qui, ora e per costruire un futuro in questo settore. Mi capita spesso, gestendomi autonomamente, di sospendere un attimo col disegno o coi tessuti o nel proporre i miei progetti perché, alle volte, trovo sia più urgente raccontarli, spiegarli e analizzarli anche con altri linguaggi: lo stesso mio argomento di tesi di laurea era incentrato sul rapporto tra moda, arte e comunicazione, descrivendo con quali altri strumenti la moda può fare cultura e lanciare messaggi, come può rinnovarsi e quali, inoltre, sono le responsabilità del designer.

Avevo già sentito parlare di Angelo Inglese (“AI” da qui in poi), lo stilista camiciaio che è diventato famoso disegnando su misura la camicia del principe William per il suo matrimonio e per Donald Trump al suo insediamentoche confeziona pochette ricamate con la foggia dei lampadari dorati per la famiglia reale belga e tanto altro per tante celebrities, ma che, innanzitutto, ha guidato l’azienda di famiglia sin da giovanissimo.

Lo stesso Angelo Inglese trova comunque il modo e il tempo di raccontarsi attraverso i viaggi, gli incontri, gli scatti fotografici ai sui capi, al suo team e ai suoi outfit. Quasi tutte le immagini che vedete qui infatti sono state selezionate dal suo profilo Instagram. Grazie a lui, tutto il mondo di conseguenza ha conosciuto la sua storia, lo stile italiano e in particolare il territorio pugliese, tanto da essere premiato pochi giorni fa come “Ambasciatore di terre di Puglia 2017 ” alla presenza del Prefetto di Milano Luciana Lamorgese. Bene, qui riporto la nostra interessantissima conversazione a proposito della creatività e dello stilista oggi, anticipata già in un mio precedente ESTRATTO AUDIO sulla pagina facebook Stilista personale.

FENOMENO GUCCI

AC: Angelo, eravamo ad Ostuni per lo stesso motivo e ti ho voluto risentire, perché sei un perfetto esempio da seguire: capace, intraprendente e disponibile al dialogo, in piena sintonia con i valori diffusi su Stilista personale. L’ennesima conferma mi è arrivata su Facebook, quando hai rigirato e commentato in particolare un interessante articolo del Corriere.it a proposito del rilancio di Gucci grazie al suo AD e al suo nuovo direttore creativo. Alessandro Michele, con il suo stile molto personale, sta facendo breccia nel cuore di molti consumatori, aumentando le vendite a dismisura.

AI: In realtà, in pochi capiscono bene il messaggio, ma è molto chiaro quello che afferma Bizzarri, l’attuale AD di Gucci, ovvero che l’obiettivo primario non è proprio quello della vendita, bensì quello che c’è dietro la vendita. Dietro infatti ci sono esperienze, territorio, studio, tanta conoscenza e tanta creatività: son tutte nozioni e qualità che aiutano a creare delle belle collezioni. Dice inoltre Bizzarri che l’altra cosa importante oggi è saperle comunicare. Quindi, aggiungo io, per esempio, funziona benissimo se si sceglie un certo determinato fotografo perché così si ottiene lo scatto giusto al momento giusto. Poi viene il momento in cui bisogna rivolgersi ai testimonial giusti, i cosiddetti millennials (stando ai dati riportati da Bizzarri, costituiscono il 57% della clientela Gucci).  Queste contaminazioni con le nuove generazioni servono per creare delle belle e fresche collezioni: questa è diventata una di quelle prerogative indissolubili e che caratterizzano oggi la moda. In questo modo, a parer mio, si riesce ad elevare il fatturato ed ogni anno sempre più.  

LO STILISTA OGGI

AC: Lo chiedo anche a te, quale è oggi il compito dello stilista oggi? Quale ruolo credi sia più giusto per i tempi che stiamo vivendo? Molti direttori creativi hanno sciolto i loro contratti perché non riuscivano a seguire il passo con le nuove tempistiche di produzione, commercializzazione e altre filosofie aziendali. Diego della Valle, in sintesi, ha dichiarato di non volersi più rivolgersi ai grandi stilisti per poter velocizzare i processi.

AI: Ho letto il tuo post con Bianca Maria. La figura dello stilista che disegna e poi passa il lavoro ad un laboratorio oggi è solo uno delle tante sue nuove competenze: il tempo è cambiato, ma il mio punto di vista è un po’ diverso da quello di Diego della Valle. È vero, come designer, devo pensare a qualcosa di diverso ogni giorno e, avendo anche la responsabilità di un mio laboratorio, devo poi condividere il tutto sui miei canali social, per stare al passo coi tempi. Cosa succede: tutti guardano tutti, soprattutto tutti guardano i marchi importanti. Così è anche nel mio piccolo, le cose vengono prese come spunto. Perciò ogni volta devo pensare e creare quel valore, quel qualcosa in più. Quel valore aggiunto lo fai dall’emozione di una bella giornata, se ti giri intorno, oppure da un viaggio e questo viene poi tradotto in collezione, che per fortuna poi piace. Questo è il vero obiettivo a cui mirare.

AC: In altre parole, bisogna coniugare qualcosa di nuovo con qualcosa di vendibile, vendibile poi a chi quel qualcosa lo può percepire. E il team compatto, ognuno con la sua competenza ma tutti con una stessa visione, fa la differenza.

MERCATO DI RIFERIMENTO

AI: Si, bisogna prima capire come si deve strutturare un prodotto e poi sapere a chi venderlo. Perciò bisogna partire nel pensare al contrario: ovvero provare a vendere ciò che produciamo benissimo. Quando mi hanno dato l’azienda di famiglia, sono partito con un prodotto tradizionale ed ho capito che in quel momento il mio mercato di riferimento su cui puntare era il Giappone, un Giappone che ama la moda e l’italian style. Poi di là si sono aperte altri scenari. Avevo però un obiettivo, quello di arrivare in questa zona geografica, ed il risultato è stato vincente.

Un altro consiglio poi è quello di non abbassare mai la guardia: la camicia in Italia la fanno in molti e gli stilisti non se ne contano. Bisogna dare sempre quel valore in più. Cosa la fa la differenza? Quando tu ami questo lavoro e lo fai in maniera spontanea, la bellezza, la particolarità e il valore aggiunto delle collezioni sono dettate dal tuo buon gusto, dal piacere di apprezzare ciò che c’è intorno, i colori, le cose che ti circondano, le cose che che ti piacciono ecco, così non si fa fatica.

IL PRODOTTO MODA E I GIOVANI STILISTI

AC: Si sono d’accordo, nel progettare non si fa fatica quando si vede tanto e si ha tanto da dire. E un prodotto che è stato amato e curato, si fa notare per quanto è bello. E poi ci sono quelle volte dove è anche soddisfacente “far fatica” perché significa che un prodotto è stato ben pensato, ben curato in tutti i dettagli e infine anche comunicato fedelmente. Diversa invece è la storia di quel capo realizzato solo perché deve essere uguale a quello che vedi già in giro, a quello che si vende di più, a quello che ti dà sicurezza. Cosa consigli come tutor ai giovani stilisti emergenti?

AI: I giovani non devono aver paura di osare. Io parlo nelle scuole e nelle Università e questi ragazzi mi chiedono perché mai la gente dovrebbe comprare il loro prodotto, vista l’enorme offerta. Sono spesso loro ad aver paura di esprimersi. La mia risposta è che bisogna mettersi in gioco, provare a guardare oltre il proprio naso. Se poi qualcuno ci prova, lo fa solo a livello locale. Secondo me, il mercato italiano, regionale arriva di conseguenza. La prima cosa da fare per un giovane brand è di andare a cercare lontano.

UNA LINEA D’ABBIGLIAMENTO ETICA PER IL MERCATO ITALIANO

AC: Tra l’altro noi italiani siamo quelli de “l’erba del vicino che è sempre più verde”. Quindi se viene accettato all’estero vuol dire che è fattibile anche in Italia. Se è già stato prodotto e venduto significa che funziona…in barba alla creatività e all’intuizione, tutte italiane.

AI: Mi hai anticipato… a me dispiace per questo particolare momento che viviamo qui: per noi sarebbe bellissimo avere l’Italia come obiettivo commerciale, sarebbe un orgoglio nazionale. Qui il prodotto non riesce a reggere quelle che sono le problematiche economiche e fiscali, c’è un’ attenzione particolare alla acquisto, devi comunicarlo in un certo modo per farti dire che quel prodotto vale.

Infatti stiamo pensando ad una linea che risponde a tutti i requisiti più etici e cercando di valorizzare il nostro territorio pugliese. Con la mia azienda G.Inglese stiamo appunto pensando di poterci affermare un po’ di più sul mercato italiano utilizzando, ad esempio, alcuni modelli e materiali etici, innovativi. Sto scegliendo varie declinazione del denim, un po’ nel mio stile sartoriale, riletto però in chiave contemporanea e più giovanile, con dettagli che richiamano i vecchi modelli militari. Sto ripristinando un vecchio telaio e rivisitando il popeline con lavaggi particolari per esempio, basta fare un po’ di ricerca. E perché tutto sia fatto fedelmente in Puglia, stiamo cercando di avvalerci di laboratori specializzati locali.

DESIGN & MADE IN PUGLIA

AC: A questo punto devo chiederti cosa pensi delle altre imprese locali e cosa possiamo fare noi tutti per poter affermare questo marchio prezioso, il design & made in Puglia. Sono pienamente d’accordo con la designer Bianca Maria Gervasio (ti ricordo il precedente post su questo argomento), quando afferma che in alcuni laboratori del Sud capita spesso che il proprietario non si rivolga a consulenti esperti, faccia un po’ come si è sempre fatto o come è più facile fare.

AI: Tutti prodotti che realizziamo qui in Puglia sono spesso di altissima qualità. Il problema del nostro territorio è che ha perso gli anni più proficui. Oggi per fortuna qualche marchio proprio c’è e si sta affermando. Importante è aver un’intuizione e seguirla. Qui in Puglia siamo stati un popolo di contoterzisti per troppi anni. Tutti producevano per grandi brand e nessuno pensava di produrre un propria etichetta. Quando ho preso le redini da giovane dell’azienda di famiglia, attraverso alcuni progetti europei, volevano vendermi delle macchine tecnologicamente avanzate per la produzione di abbigliamento destinato alle grandi aziende, garantendomi però tante commesse e tanto lavoro. Il mio desiderio invece era quello di avere solo delle semplici macchine per poter fare una lavorazione tradizionale, non volevo lavorare per altri, ma continuare con il marchio di famiglia. Avevo un po’ di esperienza nella vendita fatta in giro all’estero ed ero sicuro di quello che avrei potuto ottenere. Quando non c’è stato tanto lavoro abbiamo dovuto faticar tanto, ma alla fine io ho avuto ragione. Ho chiaramente rischiato ed è stato tutto più difficile, avendo puntato sul mercato estero, invece di rimanere tranquillamente già a lavorare e restando a casa.

AC: Forse a quelle aziende è mancata un’idea forte, sia stilistica sia imprenditoriale, o si è fatto tutto molto improvvisato, in modo poco efficace.

AI: La forza di un’azienda o di un prodotto o di un territorio è appunto il Brand. Nel mio caso, il brand è collegato strettamente dal prodotto e supportato da tanta passione e voglia di farlo conoscere. Lo posso garantire di persona, sono 20 anni che gestisco il mio marchio, da quando ho perso mio padre che avevo 19 anni, da quando studiavo, ma già lavoravo con lui. Come in Puglia sta succedendo così anche nel Triveneto, ma già lì, pur essendoci forse meno aziende, ci si è imposti con nuovi marchi. Il problema grosso rimane qui perché tanti hanno dovuto chiudere o ridimensionarsi.

MILLENNIALS, SOCIAL E ARTIGIANATO

AC: Mi dicevi della tua nuova linea, credi che si rivolgerà alle nuove generazioni, i millennials?

AI: I primi che hanno destato interesse verso il mio prodotto sono i coreani, i ragazzi di Singapore. Ora sto pensando anche ai ragazzi italiani. Infatti c’è qualcuno che sta iniziando ad indossare qualche capo e diffonderlo sui propri canali social.

AC: Mi stai dicendo che ci sarà un’evoluzione del tuo prodotto? Un brand come il tuo, dallo stile impeccabile, classico e sartoriale, può avvicinarsi al consumatore finale attraverso la comunicazione e all’uso dei social? Sarebbe bellissimo che qualsiasi marchio e qualsiasi stile, anche di nicchia, possa essere visibile a tutti: ogni prodotto mostrato su internet sarebbe diverso dagli altri e magari anche acquistabile attraverso lo shopping online…pensi sia un’operazione complessa?

AI: È tutto correlato a come viene impostata la filosofia del marchio: è importante che rimanga strettamente legata ad un determinato prodotto, anche di sartoria e che, anche quel capo così prezioso, possa essere usato anche da una clientela giovane. È una sfida davvero interessante poter creare un messaggio dal contenuto chiaro ed efficace per avvicinare i giovani ragazzi alla cultura della sartoria italiana. Abbiamo iniziato con l’estero, ma piano piano arriveremo in Italia. È difficile questo, ma è ancor più affascinante spiegare quanta bellezza possiede un laboratorio di sartoria, quanto sia importante il tempo che ci vuole per la preparazione di un capo e quanta passione e manualità c’è, ad esempio, nella fase dello stiro. Credo che con accorgimenti speciali, ben comunicati, utilizzando un messaggio accattivante, si possa sempre più arrivare a fondersi con la cultura dei giovani.

AC: Apprezzo infatti moltissimo la tua costanza e lungimiranza nel comunicare attraverso i social l’amore per il capo fatto a mano. Percepisco la gioia di mostrare semplicemente quello che ti piace, quello di cui hai a cuore, prima di quello che tu venderesti. Sono capi che si vendono solo se raccontati e questo vorresti fosse compreso sempre da più persone. Essendo nel settore e avendo creato La mia Stilista personale appunto per questo, capisco benissimo la difficoltà e l’impegno che c’è dietro sia la comunicazione del prodotto, sia la creazione del prodotto stesso. Tra stilista e sarto poi c’è un rapporto speciale per ogni abito che si presenta: queste due figure insieme rendono il capo artigianale impeccabile, unico e all’avanguardia. Nel mio caso, bisogna curare ogni minimo particolare, dal numero di rouches o di materiale da ricamo, quando bisogna aggiungere o meno sottogonne, studiare uno scollo finché risulti bello, una cintura in base alle proporzioni del corpo…far comprendere che il nuovo su misura è diverso! Un abito pensato nella sua unicità e non all’interno di una collezione non si può confrontare con un altro dalle grandi produzioni e grandi ottimizzazioni. Soprattutto se parliamo di un capo che ha una sua tradizione alle spalle e che è permeato di emozioni indescrivibili.

Ecco vorrei che, attraverso la tua esperienza e il tuo racconto qui, si riesca ad arrivare non solo al cliente finale, ma anche ai venditori e i produttori stessi di un capo artigianale, come il tuo, come il mio. Questo tipo di prodotto ha bisogno necessariamente di persone che amano il proprio lavoro, che credono e comprendono fino in fondo tutta la storia che c’è dietro.

AI: La sensibilizzazione sta proprio in questo, far capire la differenza tra indossare un capo già realizzato, quindi industriale, e indossare un capo fatto su misura che accarezza il proprio corpo come una seconda pelle. E’ proprio così: questo tipo di lavoro lo faccio continuamente in sartoria e fuori, la mia battaglia è proprio diffondere la mia convinzione, la mia filosofia. Infatti, grazie al massmediologo Klaus Davi, al CNA Federmoda in collaborazione con il MIBAC nella figura di Dorina Bianchi sottosegretario di Stato al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, stiamo portando avanti un progetto per candidare l’Artigianato italiano come Patrimonio dell’Umanità UNESCO, io ci credo intensamente. Il primo incontro è avvenuto a Pitti Uomo, il secondo a Milano Unica e poi ne arriveranno altri, sempre per sostenere fortemente questa nobile candidatura. Infatti la cosa importante per l’Italia è di non perdere questa grande opportunità e risorsa del territorio. Tutte queste nostre iniziative hanno l’intento di dare un grande risvolto turistico.

VERSO UN ITINERARIO TURISTICO SARTORIALE PUGLIESE

AC: La Puglia non è solo mare ed estate, ovvero quel meraviglioso trend turistico che si è sviluppato in questi anni. Ci sono anche e soprattutto le città medievali, le meraviglie create da Federico II di Svezia, come la Cattedrale di Altamura, la mia città, con la sua cava dei dinosauri e l’Uomo di Neanderthal più importante al mondo, c’è poi il barocco leccese, gli itinerari enogastronomici dal Tavoliere al Salento, gli ulivi secolari, la produzione della lana locale, l’onoterapia…una Puglia tutta da scoprire!

AI: Sto veramente spingendo molto ogni giorno per dare valore al nostro territorio. Eppure ci sono beni culturali che non sono stati presi mai in considerazione e dove chiedo che qualcuno ci dia una mano. Non so se hai mai visitato Ginosa, la mia città: abbiamo un villaggio rupestre delle Gravine che si sviluppa su 5 livelli; è uno dei villaggi rupestri più conservati e più caratteristici che abbiamo in Europa, qualcosa del nostro scavo è anche nel vostro museo archeologico.

AC: Sarebbe una bella opportunità di riscatto culturale, ma soprattutto economico se c’impegnassimo tutti a creare e promuovere un itinerario turistico culturale tra le città limitrofe perché siti archeologici, cattedrali d’interesse storico e manifestazioni ad esempio come quella di Federicus, valorizzate e affidate a veri professionisti, ognuno con le competenze ed esperienze specifiche, porterebbero a far diventare la nostra zona una meta turistica d’eccellenza, e non solo, si creerebbe una rete lavorativa e professionale non indifferente, proficua e operativa in tutti i mesi dell’anno. Il patrimonio è immenso e ci sono ancora persone preparate e bravi artigiani di tutti i settori che possono dare tanto. Per questo il tuo impegno nel cercare di produrre nei laboratori locali ed invitare i tuoi ospiti e i tuoi clienti a far conoscere la tua città è un atto d’amore e dedizione alla causa che non si può quantificare.

UN ATTO D’AMORE E DI LUNGIMIRANZA

AI: Sto rinunciando ai grossi fatturati proprio per rimanere artigiano, realizzare pochi capi, ma fatti con criterio. Numerose sono le offerte per cedere il marchio, ma questa è la mia filosofia e spero vivamente che un giorno raccoglierò tutti i frutti di questo percorso.

AC: I tempi stanno mutando e bisogna essere protagonisti di una piccola grande rivoluzione di cui si deve sempre più parlarne. Semplicemente coprirsi, vestirsi solo perché si deve, senza gusto, senza criterio né divertimento o vestirsi solo perché è di moda e solo perché è firmato è anacronistico e distruttivo. Siamo qui per discuterne insieme.

AI: Infatti, ora nessuno ha bisogno più di nulla. Nel nostro caso, siamo chiamati a creare EMOZIONI, emozionarci prima noi innanzitutto e poi trasmetterlo al cliente. Se sei bravo a fare questo, i numeri ci saranno. Ripeto, non mi piace mettere la voce FATTURATO al primo posto. A quello ci dobbiamo arrivare pian piano, in maniera SOBRIA ED ETICAMENTE CORRETTA.

Ringrazio Angelo Inglese per aver, anche in questo caso, speso un po’ di tempo con me per voi, nel rendervi più consapevi delle scelte in fatto di stile, e non solo.

Seguitemi in questo percorso perché non finisce mica qui! Vi attendo anche per segnalarmi altri protagonisti dello stile e del fashion oggi. Al prossimo post!


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